No all'estradizione di Zeynep Kiliç e Avni Er

Lottare contro l'estradizione di Avni e Zeynep significa lottare in difesa delle libertà democratiche, contro ogni forma di fascismo, contro la persecuzione dei comunisti, dei rivoluzionari e dei progressisti; significa in definitiva lottare contro le barbarie del sistema capitalista, unica vera causa dello sfruttamento, della miseria e delle guerre.

 
 

 Dalla stampa

 
Espulsa da Roma, rifugiata a Berlino (Il Manifesto del 07/08/2008)
 
Appello dal corteo "Asilo politico alla curda Ercan" (Il Mattino del 14/07/2008)
 
La protesta: resti qui l'ex dirottatore della Lauro (Corriere della Sera del 21/06/2008)
 
Zeynep Kilic rinchiusa nel CPT di Ponte Galeria. Comitati e associazioni si mobilitano contro l'estradizione in Turchia (da Radio Città Aperta News)
 
Confermate in Appello, il 23.01.08, le condanne di primo grado
 
Dichiarazione di Avni Er all’udienza tenutasi il 7/02/08 a Sassari dinanzi alla Corte d’Appello che doveva decidere della sua estradizione. 
 
Salvate il turco Avni Er: se lo estradate lo uccidono, La Nuova Sardegna del 09-04-08
 

Oggi sit in contro l’estradizione del giornalista, La Nuova Sardegna  del 10-04-08

 
Terrorismo: PG Sassari, no all'estradizione del detenuto turco
 

La richiesta del pg ai giudici per il giornalista turco, La Nuova Sardegna del 11-08-08

 
Perugia, Manifestazione pacifica
 
Avni Er rimane a Badu'e Carros e riceve la solidarietà dei sardi
 
Avni, il terrorista della controinformazione rischia la vita se rimandato in Turchia
da "l’altra Voce.net - sabato 9 febbraio 2008"
 
"Il giornalista turco rifiuta di mangiare" (dal Corriere d'Umbria, 03/02/2008)

Avni Er, detenuto in Italia, chiede il nostro aiuto per fermare la sua estradizione verso La Turchia
da ARCIREPORT Anno VI n°4 - 29 Gennaio 2008

Liberazione, 7 dicembre 2007 

FOCU - Foglio di controinformazione popolare

Articolo pubblicato sul settimanale "La rinascita della sinistra" di Marco Santopadre

Il Manifesto  14/10/2007
Da Badu 'e Carros alle carceri turche
Due turchi, militanti dell'estrema sinistra, condannati e a rischio estradizione   Orsola Casagrande

 
Liberazione, 7 dicembre 2007 


 

AVNI, ACCUSATO DI TERRORISMO, SENZA PROCESSO DA DUE ANNI

Attivista comunista, accusato nel 2004, è in carcere a Nuoro

In Turchia sciopero della fame contro le celle di isolamento

Liberazione, 7 dicembre 2007
Alessandro Antonelli

Fatma Koyupinar non ce l’ha fatta, è morta il 27 aprile scorso dopo 354 giorni di digiuno. E’ l’ultima della lista, per ora. Prima di lei 121 vittime, dopo di lei chissà quante ancora ce ne saranno. Si chiama ”death fast”, è lo sciopero della fame portato avanti fino alle estreme conseguenze. La disperazione, l’agonia, la morte. La protesta è quella dei prigionieri politici turchi: comunisti, sindacalisti, curdi, attivisti che chiedono la chiusura delle inquietanti celle di isolamento dove finiscono i ”sovversivi”, i sospetti terroristi, ma molto spesso i semplici oppositori del governo.
Dalla terra della mezza luna nelle nostre case arrivano istantanee che fanno la storia e che rivedremo per tanto tempo, come quella del papa scalzo che varca la soglia di una moschea. Altre istantanee  invece - come questi che stiamo raccontando - sono la storia ma non le vedremo mai. Tutto ciò succede nell’anno di grazia 2006, nella ”atlantica” Turchia, nazione su cui fin dai tempi della dottrina Truman e del Piano Marshall grava l’ipoteca politica degli Stati Uniti. Ma non c’è bisogno di andare troppo indietro negli anni, né di arrivare fino ad Ankara o Istambul per toccare con mano gli abusi le assurdità di un regime di polizia planetario che in nome della lotta al terrorismo e per conto dei soliti noti (leggi Usa e suoi satelliti) fa carta straccia dei diritti degli esseri umani. Basta bussare - come hanno fatto il senatore del Prc Fosco Giannini e il capogruppo di Rifondazione alla Regione Sardegna Antonello Licheri - alle porte dell’italianissimo carcere di Badu ’e Carros, Nuoro, per scoprire la storia di Er Avni. Trentacinque anni, dirigente del partito comunista turco, «studioso di Gramsci, poliglotta, uomo di vasta cultura», riferiscono Giannini e Licheri.
Il primo aprile 2004 Avni è stato arrestato insieme alla sua compagna curda Zeynep Kilich a Perugia, dove i due si erano trasferiti. Qui aveva aperto un sito internet in cui aveva deciso di denunciare le violenze sui detenuti nelle carceri turche e le loro proteste, la più clamorosa quella del ”fast death”. Ma aveva raccontato anche la grande mattanza del dicembre del 2000, quando la polizia turca lanciò una vera e propria offensiva militare contro le carceri: 9mila uomini impiegati, elicotteri, mezzi pesanti e 20mila bombe a gas. Una tragedia: 28 persone uccise, centinaia di prigionieri percossi, torturati e trascinati in isolamento.
  Per aver rivelato tutto questo, Avni era diventato scomodo. Oggi è recluso nel penitenziario di Nuoro, una delle strutture più fatiscenti del Belpaese: forse una ”lezione” per chi aveva deciso di parlare. La sua compagna invece, malata, è a Rebibbia. L’accusa per entrambi, manco a dirlo, è terrorismo. «Ma la verità - ha raccontato di recente Avni a Giannini e Licheri che per primi sono andati a trovarlo - è che sono un comunista e per il governo turco ogni comunista è un terrorista».
Ma cosa c’entra, in tutto questo, la nostra Italia? Facile rispondere: obbedisce alla richiesta del governo di Ankara di tenerlo recluso. Così durante la cosiddetta operazione ”1° aprile” scattata nel 2004 (sotto il regno di Silvio II, tanto per intenderci), le polizie di diversi paesi iniziano una caccia all’uomo e perquisiscono le sedi della sinistra turca in Europa, appartenenti a gruppi inseriti nella ”black list” del dopo 11 settembre. In Turchia vanno dentro 83 persone: studenti, operai ex prigionieri politici e attivisti di associazioni che si battono per i detenuti. Subiscono torture e abusi. Ma nel resto d’Europa, a finire in manette sono solo i due comunisti turchi residenti in Italia: Avni e la sua compagna, simpatizzanti del DHKP-C (Fronte rivoluzionario per la liberazione del popolo). Eppure, continua Avni nel colloquio con gli esponenti del Prc, «in questo paese, come peraltro in Turchia, non ho commesso alcun reato e non so perché sono in galera».
  Il fatto singolare è che mentre in Turchia il processo agli ”83” si è concluso con il loro rilascio, in Italia Avni e Zeynep sono rimasti in galera. I loro avvocati sostengono che dovrebbero essere liberati immediatamente, anche perché il tempo di attesa del processo ha già abbondantemente superato il termine massimo stabilito. Avni - spiegano ancora Giannini e Licheri nel loro reportage - dice di non avere alcun peso sulla coscienza: «Cosa potrebbe turbarmi? ho paura solo per la mia famiglia, vicina ad Ankara, tormentata dai militari per colpa mia. E ho una grande ansia per la mia compagna, che soffre a Rebibbia e teme di essere estradata in Germania e consegnata dunque alle galere turche».
Ma non c’è solo un problema di diritto internazionale. Per Avni, come si accennava poc’anzi, si sono spalancate le porte di uno dei penitenziari più degradati del paese. Secondo le testimonianze dei senatori di Rifondazione Maria Luisa Boccia e Francesco Martone riferite ieri nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Madama, il carcere di Badu ’e Carros versa in condizioni allarmanti e terribili per carenza di servizi sanitari, di assistenza alla salute, e di ogni attività indispensabili per condurre una vita che non sia semplicemente essere chiusi dietro le sbarre. Le celle sono piccolissime. E sovraffollate, nonostante l’indulto: anche in tre o in quattro in pochi metri quadrati. Non è possibile comunicare, avere colloqui personali con i detenuti. Loro sono disperati, hanno anche denunciato episodi gravi di soprusi. Chi lo ha fatto con più coraggio parlando di «ozio forzato» e «trattamenti inumani», per tutta risposta si è visto comminare procedimenti disciplinari.
«Ho presentato un’interpellanza sulla condizione del carcere di Nuoro - ha dichiarato Boccia - perché mi pare emblematica dello stato di abbandono e degrado di tante carceri italiane». E infatti sembra riguardare anche strutture simili della Sardegna, come quelle di Cagliari e Sassari, e infinite altre ”patrie galere”. Problemi enormi, che per Martone non sono solo di natura infrastrutturale: «La risposta non può essere costruire nuove carceri. Si possono fare interventi in termini di attività verso l’esterno, di garanzia dei diritti dei detenuti, di formazione del personale di polizia penitenziaria, di costruzione di rapporti diversi per una umanizzazione del percorso detentivo».
Lo sperano tutti, italiani o turchi che siano, e per qualunque reato- o qualunque sopruso ai loro danni - debbano scontare.

    

 
 
FOCU - Foglio di controinformazione popolare COSI' DIFENDO LE NOSTRE IDEE
Intervista all'Avvocato Taylan Tanay che fa il punto sul processo ai prigionieri turchi
                             
 
Articolo pubblicato sul settimanale "La rinascita della sinistra" di Marco Santopadre

SALVIAMO LA VITA DI AVNI ER

Il 1° aprile del 2004 i ROS dei Carabinieri arrestano 5 persone - 3 italiani e 2 turchi - che ritengono militanti di una cellula che l'organizzazione della sinistra turca DHKPC avrebbe installato a Perugia. "Da notare che prima della riforma in senso restrittivo dell'art. 270 bis del Codice Penale  - afferma l'avvocato Flavio Rossi Albertini - non sarebbe stato giustificabile l'arresto di persone accusate di aver commesso dei reati associati al terrorismo non nel nostro territorio bensì in un paese terzo. La riforma del Codice e il rafforzamento a partire dal Governo Berlusconi della cooperazione giudiziaria con la Turchia hanno portato nel 2004 a questa operazione, presentata all'epoca come la prova concreta della disponibilità italiana nei confronti delle richieste insistenti del governo di Ankara di colpire le voci dell'opposizione di sinistra turca che operano in molti paese europei".

Le accuse hanno trovato una sponda nella Procura della Repubblica e poi nella Corte d'Assise di Perugia che hanno ritenuto di dover procedere contro quella che è stata considerata una cellula di collegamento tra l'ala militare dell'organizzazione operante in Turchia e i vertici che, secondo la Magistratura, agivano invece in Olanda. Durante l'iter processuale gli imputati Avni Er e Zeynep Kiliç vengono ritenuti colpevoli di appartenenza ad un'organizzazione terroristica e quindi condannati il primo a sette anni di carcere e la seconda a cinque.

Nei loro confronti vengono applicate condizioni durissime di carcerazione. Nel luglio del 2006 Avni Er, nonostante sia processato a Perugia, dal Carcere romano di Rebibbia viene trasferito in quello di Nuoro, rendendo così estremamente difficile ai suoi avvocati realizzare i colloqui e garantirne la difesa.

Ricorda Rossi Albertini che "l'attività di Avni in Italia è sempre stata quella di divulgazione e di controinformazione rispetto alla dura repressione e persecuzione che la sinistra turca è costretta a subire: torture inflitte sistematicamente ai prigionieri politici, partiti e associazioni messe al bando, giornali chiusi e i loro redattori arrestati. Per non parlare del massacro di decine di prigionieri e di loro familiari realizzato dalle forze di sicurezza turche nel dicembre del 2000".

Se la condanna di due cittadini turchi sulla base di prove indiziarie non fosse già cosa grave, il governo italiano potrebbe rendersi ora complice di un nuovo atto di ingiustizia, mettendo a rischio l'incolumità e la vita stessa di Avni Er. Ankara ha infatti inoltrato formale richiesta di estradizione alle autorità italiane ed entro poche settimane il suo omologo italiano Clemente Mastella dovrà rispondere. In nome dei reciproci e crescenti interessi economici tra i due paesi e della cosiddetta "lotta al terrorismo" Avni potrebbe essere consegnato alle istituzioni carcerarie di uno Stato che è in cima alle classifiche mondiali sulle violazioni dei diritti umani. Violazioni denunciate e documentate non solo da associazioni indipendenti come Human Rights Watch e Amnesty International, ma anche da organismi ufficiali come la Commissione ONU per i diritti umani e il Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura. Considerando che Avni Er viene ritenuto da Ankara un "nemico dello Stato" si può immaginare a quale trattamento verrà sottoposto.

Gli avvocati chiedono alla Corte d'Appello di Sassari di rispettare la clausola che prevede il rifiuto dell'estradizione quando sussiste il concreto rischio che il prigioniero possa essere sottoposto a tortura o comunque a trattamenti inumani e degradanti. Anche nel caso di un ok da parte della Magistratura, l'ultima parola spetta comunque al Ministro Mastella, che purtroppo si è detto già disponibile nei confronti della richiesta del regime turco.

L'appello da parte di associazioni, giornalisti e organizzazioni politiche - alcuni parlamentari hanno già presentato delle interrogazioni in merito - è che la giustizia prevalga sul mero calcolo politico e sulla realpolitik.

 

    

Articolo pubblicato su "Il Manifesto" il 14/10/2007

Da Badu 'e Carros alle carceri turche
Due turchi, militanti dell'estrema sinistra, condannati e a rischio estradizione


Stanno in carcere dall'1 aprile 2004. Uno nella sezione alta sorveglianza di Badu 'e Carros (Nuoro), l'altra a Rebibbia.
Ma Avni Er e Zeynep Kilic è come se fossero invisibili. Anzi, adesso rischiano pure di essere estradati, lui in Turchia e lei in Germania, senza che nessuno se ne accorga. I due giovani turchi sono stati condannati (lui a sette anni, lei a cinque) per partecipazione ad associazione terroristica internazionale. L'associazione è il Dhkp-c (Partito rivoluzionario per la liberazione del popolo). I due sono stati arrestati in Italia, mentre operazioni di polizia parallele hanno portato in carcere, sia in Turchia che in altri paesi europei, decine di persone. Di tutti gli arrestati (compresi quelli in Turchia) soltanto Avni Er e Zeynep Kilic sono stati condannati e sono ancora in carcere. La loro vicenda giudiziaria trae origine dalla modifica dell'art. 270 bis del codice penale, dopo gli attentati alle Twin Towers del 2001. Questa modifica, assieme alle decisioni assunte nel 2002 in sede europea in materia di terrorismo, creano il substrato giuridico su cui si innesta l'operazione primo aprile. L'Ue ha approvato, nel 2002, la black list nella quale l'attività di organizzazioni come Pkk, Sendero Luminoso, Jihad islamica palestinese e lo stesso Dhkp-c viene qualificata come terroristica. E sempre nel 2002 il Consiglio della Ue ha approvato la «decisione quadro sulla lotta contro il terrorismo» con la quale si attesta sulla definizione di terrorismo approvata dal governo inglese nel Terrorism act: è considerata terroristica ogni azione violenta compiuta con finalità politica. Viene dunque annullata la tradizionale distinzione tra terrorismo ed eversione.
Avni Er e Zeynep Kilic sono dunque accusati di appartenere al Dhkp-c, con ruoli diversi (lui come dirigente, lei come sostenitrice), e vengono condannati al termine di un processo di primo grado celebrato a Perugia. Le difese hanno tentato di dimostrare che l'attività portata avanti dalla sinistra rivoluzionaria turca era assimilabile a una lotta di liberazione combattuta contro il regime fascista turco che si esprime nelle stesse forme in cui si realizzò la resistenza italiana. «Una lotta - spiega Rossi Albertini - quella del Dhkp-c, interpretata non solo con l'uso delle armi ma sostenuta e portata avanti da una fitta rete di resistenza sociale composta di associazioni, sindacati, radio, giornali». Inoltre le azioni militari del Dhkp-c non sono mai state rivolte contro obiettivi civili ma sempre contro rappresentanti delle istituzioni o dell'esercito. La corte ha comunque condannato i due giovani turchi. Che sono stati trasferiti, a Rebibbia lei e a Nuoro lui. In attesa del processo di appello. Ma nel frattempo altri si sono mossi. La Germania ha richiesto l'estradizione di Zeynep Kilic. La corte d'appello di Roma ha già concesso il nulla osta all'estradizione attualmente sospesa in attesa della conclusione del processo. La Turchia invece ha richiesto l'estradizione di Avni Er. Il ministro della giustizia Clemente Mastella ha immediatamente richiesto la custodia cautelare per Er. E il procuratore generale ha richiesto che l'uomo venga estradato. Se Avni Er verrà estradato in Turchia il rischio di torture e maltrattamenti è evidentemente molto elevato. Per la Turchia (che gli contesta sostanzialmente la partecipazione a manifestazioni di solidarietà, in Europa, con i detenuti politici in sciopero della fame nelle carceri turche) Avni Er è, infatti, il collegamento in Europa del Dhkp-c, quindi l'uomo che è a conoscenza della struttura europea dell'organizzazione. I tempi stringono. Qualcuno finalmente si sta muovendo anche a livello istituzionale. Il deputato del Prc Francesco Caruso ha presentato una interrogazione, lo stesso faranno i senatori Russo Spena e Fosco Giannini.                                                            
Orsola Casagrande